Fiumi, problemi e cambiamento organizzativo: spunti di facilitazione sistemica


La facilitazione sistemica rappresenta un cambio di paradigma fondamentale nel modo in cui affrontiamo il cambiamento organizzativo. Anziché operare attraverso interventi mirati e isolati, questo approccio riconosce la natura inter-connessa dei sistemi umani, proponendo una visione più organica e fluida della trasformazione.
A cura di Jacopo Sabba Capetta
Dal problema isolato al sistema di relazioni
Consideriamo un ecosistema fluviale: un fiume non è semplicemente un corso d’acqua che scorre da un punto all’altro. È un sistema vivente complesso dove ogni elemento – dall’acqua alle rocce, dalle piante agli animali – influenza ed è influenzato dagli altri. Intervenire su un singolo aspetto senza considerare l’intero sistema può generare conseguenze impreviste, talvolta peggiorando la situazione che si intendeva migliorare. Allo stesso modo, nelle organizzazioni, ciò che appare come un “problema” isolato è in realtà un nodo in una rete di relazioni, convinzioni, comportamenti e strutture interconnesse.
La dissoluzione come alternativa alla risoluzione
Uno dei principi fondamentali della facilitazione sistemica è il concetto di “dissoluzione” dei problemi, in contrasto con il più tradizionale approccio di “risoluzione”. Questa distinzione non è meramente semantica, ma riflette una differenza profonda nella concezione del cambiamento. Risolvere implica un intervento diretto sul problema percepito, cercando di eliminarlo o correggerlo. Dissolvere, invece, significa trasformare il contesto e le relazioni che mantengono il problema in vita, permettendogli di evaporare naturalmente quando le condizioni che lo sostengono non esistono più. È come la differenza tra tentare di deviare forzatamente il corso di un fiume attraverso barriere artificiali (risoluzione) e comprendere i pattern naturali di flusso, lavorando con essi per guidare gradualmente il fiume verso un percorso più armonioso (dissoluzione).
Possiamo controllare molto meno di quanto pensiamo, ma influenzare molto più di quanto crediamo
Le organizzazioni tradizionali sono spesso costruite sul presupposto della prevedibilità e del controllo – organigrammi, procedure standardizzate, indicatori di performance. Tutti strumenti che promettono di rendere gestibile la complessità umana. Eppure, chiunque abbia esperienza in contesti organizzativi riconosce quanto questa promessa sia spesso disattesa. La facilitazione sistemica non combatte questa complessità, ma la abbraccia.
Sostituisce l’illusione del controllo diretto con la possibilità di un’influenza diffusa e profonda attraverso la comprensione e la trasformazione delle relazioni sistemiche.
Come un fiume che non può essere completamente controllato ma può essere compreso nei suoi pattern e influenzato nella sua direzione, i sistemi umani rispondono meglio a interventi che rispettano la loro natura organica e complessa.
Il potere delle domande circolari
Sono interrogativi progettati non tanto per ottenere informazioni specifiche, quanto per rivelare e trasformare le relazioni all’interno del sistema. Le domande circolari possono essere:
- Triadiche: “Come pensi che il reparto marketing percepisca la relazione tra IT e vendite?”
- Dislocate: “Se fossi nella posizione del cliente, come vedresti questa situazione?”
- Di differenza: “In che modo l’approccio di Paolo differisce da quello di Maria in queste circostanze?”
- Di graduatoria: “Chi nella squadra sarebbe più favorevole a questo cambiamento, e chi più resistente?”
- Di cambiamento: “Come è cambiata la comunicazione nel team negli ultimi sei mesi?”
- Sul futuro: “Se questo problema fosse risolto, quali nuove possibilità si aprirebbero?”
Queste domande non cercano risposte “corrette”, ma creano nuove connessioni cognitive ed emotive, permettendo al sistema di vedere se stesso da prospettive inedite. Come i meandri di un fiume che creano zone di rallentamento e riflessione, le domande circolari rallentano il pensiero lineare, permettendo l’emergere di comprensioni più profonde e sistemiche.
La saggezza collettiva come risorsa primaria
Ogni organizzazione, ogni team, ogni gruppo umano molto spesso possiede già la conoscenza necessaria per affrontare le proprie sfide. Questa saggezza è distribuita nel sistema, anche se non sempre facilmente accessibile.
Il compito del facilitatore – molto differente da quello del consulente – non è portare soluzioni dall’esterno, ma creare le condizioni in cui questa saggezza collettiva possa emergere e fluire liberamente. È un atto di umiltà e rispetto: riconoscere che le risposte più potenti non vengono dall’esperto esterno, ma dall’intelligenza distribuita del sistema stesso.
Abbracciare l’incertezza con fiducia
Un corollario a quanto appena scritto riguarda il rapporto con l’incertezza. Anziché promettere risultati prevedibili o percorsi lineari, occorre dare fiducia al processo emergente. Questo può risultare scomodo in contesti organizzativi abituati a piani dettagliati e alle milestone precise. Eppure, paradossalmente, è proprio questa apertura all’imprevedibile che spesso genera i cambiamenti più profondi e sostenibili.
Come un fiume che segue il percorso di minor resistenza, adattandosi continuamente al territorio che attraversa, la facilitazione sistemica non impone una direzione predeterminata, ma crea le condizioni perché il sistema possa trovare la propria via naturale verso stati più sani e vitali.
Dalla teoria alla pratica: segui questi principi guida
- Osservare prima di intervenire: dedicare tempo alla comprensione delle dinamiche sistemiche prima di proporre cambiamenti.
- Cercare pattern anziché cause singole: guardare oltre le spiegazioni lineari per riconoscere pattern circolari e ricorsivi.
- Rispettare la saggezza del sistema: assumere che il sistema possieda già le risorse necessarie per evolvere positivamente.
- Lavorare con ciò che emerge: rimanere aperti a direzioni e soluzioni inaspettate che emergono dal processo.
- Facilitare connessioni: creare opportunità per nuove connessioni e relazioni all’interno del sistema.
- Utilizzare interventi minimi: preferire piccoli interventi che catalizzano il potenziale già presente nel sistema.
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